Quali sono le esenzioni di cui la chiesa giova ora e perché?
La normativa vigente fa riferimento ad un decreto legislativo (504 del 1992) ad
opera del governo Amato, che stabilisce che sono esenti dall’imposta comunale
sugli immobili quelli utilizzati ESCLUSIVAMENTE allo svolgimento di attività
assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali,
ricreative e sportive, nonché religiose e di culto.
Innanzitutto la normativa descritta si applica solo per le
confessioni religiose riconosciute dallo stato, e quindi all’appello mancano
sempre i musulmani, che oggigiorno sono diventati una buona fetta dei credenti
italiani (o residenti in Italia) anche grazie alle numerose migrazione avvenute
e che continuano ad avvenire nel nostro paese. Ecco, i musulmani, tanto bistrattati,
pagano l’ici da sempre e anche per le loro attività religiose, a differenza
delle “Assemblee di Dio in Italia” (???), a tutti gli effetti riconosciute e che
quindi godono di questa esenzione.
Successivamente il
governo Berlusconi ha cercato di cambiare di fatto la normativa introducendo un altro
criterio, che è quello di rendere esenti dalle imposte comunali sugli immobili
(ICI) “anche gli immobili utilizzati per le attività di assistenza e
beneficenza, istruzione, educazione e cultura PUR SVOLTE IN FORMA COMMERCIALE se
connesse a finalità di religione o di culto”.
Il decreto in questione non fu mai attuato, ma naturalmente intervenne il governo Prodi, sentenziando che "l'esenzione si intende applicabile alle attività indicate che non abbiano esclusivamente natura commerciale».
Il decreto in questione non fu mai attuato, ma naturalmente intervenne il governo Prodi, sentenziando che "l'esenzione si intende applicabile alle attività indicate che non abbiano esclusivamente natura commerciale».
Perché avrebbe dovuto il legislatore del tempo passato (e meno
male che è passato) fare questa precisazione? Perché due sentenze della corte
di cassazione avevano in precedenza specificato che non cambia la natura dell’attività svolta, e in
questo caso quella commerciale, solo perché è un ente ecclesiastico a svolgerla.
E quindi il cerchio degli immobili su cui pagare l’ici si allargava
decisamente. Per lo stesso motivo in questi ultimi giorni il cardinal Bagnasco
si è dichiarato “pronto a discutere su eventuali punti non chiari della
normativa” e quindi scatenando una incredibile sommossa. Che motivo aveva il
cardinal Bagnasco di pronunciare queste parole se pensava di applicare la
normativa come generalmente riconosciuta? Evidentemente c’è qualche problema, e
in effetti alla luce dell’escamotage promosso dal governo Berlusconi e approvato dal governo Prodi basta
introdurre all’interno di un hotel una cappella per poter dichiarare che quell’edificio è utile a
svolgere una attività religiosa e di culto “anche se in forma commerciale” e
dunque essere favoriti dall’esenzione fiscale.
Ho fatto una piccola introduzione tanto per mettere le cose
in chiaro a livello giuridico, vorrei evitare che si parlasse di aria fritta.
Dal mio punto di vista, ora, bisogna interrogarsi sui motivi che hanno portato
lo Stato italiano a decidere per un’esenzione fiscale per determinate attività
e sul pasticcio che ha combinato la precisazione del passato governo su questo
fronte.
Con la normativa del 92 ad opera di Amato erano esenti dall’ici
tutti gli immobili che “esclusivamente” svolgevano attività prima elencate. E
quindi, nel dubbio, attraverso un controllo semplicissimo, se in un immobile
veniva svolta parzialmente attività commerciale questo non bastava a renderlo
esente dall’ICI e l’ente che svolgeva quella attività poteva essere costretto a
pagare il dovuto. Oggi non è così, e questo non è giusto, ma non solo per
quanto riguarda la Chiesa cattolica, che ha un rapporto privilegiato con lo
stato in base alla stretta connessione tra cattolici e italiani che vige
secolarmente nel nostro paese; non è giusto per tutte le confessioni religiose
riconosciute; non è giusto che gli immobili dei culti non riconosciuti debbano
pagare le imposte per pregare mentre gli immobili dei culti riconosciuti non
paghino le imposte per fornire un servizio che rientra palesemente nella
categoria di attività commerciale (e forse pregare un po’ nel tempo libero).
Allora: o ci decidiamo a riconoscere tutte le
confessioni religiose e a tutte le confessioni religiose dedichiamo le stesse
esenzioni, sempre che il bilancio dello stato possa permetterselo, oppure
decidiamo di ritornare ad una normativa chiara e aprire un discorso, che sarà
anche secolare, ma utile, su come, in virtù di cosa, e quanto non far pagare a
chi…
Mi soffermo sulla Chiesa cattolica perché è il culto
principale dei cittadini italiani, e perché ve n’è traccia dello stesso nella
Costituzione. E’ inutile non ammettere che la Chiesa ha avuto dei privilegi
dallo Stato italiano, ed è inutile non ammettere che la Chiesa ora viva al di
sopra dei propri bisogni, anche in virtù delle esenzioni che ha avuto. E’
inutile non ammettere lo stretto rapporto tra lo Stato e la chiesa, ed è
inutile non ammettere che in situazioni di crisi, forse, si dovrebbe rivedere
il concordato che regola i rapporti suddetti.
La grande domanda è: se non ci possiamo permettere di avere
delle pensioni decenti, in virtù di un mondo che ci hanno spiegato essere
governato dai mercati, possiamo permetterci, nello stesso mondo, dominato dall’economia,
di tralasciare proventi fiscali da attività commerciali, seppur in piccola
parte, per “purificare le nostre anime”?
Lorenzo Carangelo
Lorenzo Carangelo