Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.
Bertolt Brecht

Il caffè del castagno

Il caffè del castagno è il locale in cui i sovversivi, nel capolavoro di Orwell 1984, si riunivano per dare vita alle loro iniziative.

sabato 10 dicembre 2011

Cosa e perché la chiesa dovrebbe pagare, e perché fino ad ora non lo ha pagato.


Quali sono le esenzioni di cui la chiesa giova ora e perché? La normativa vigente fa riferimento ad un decreto legislativo (504 del 1992) ad opera del governo Amato, che stabilisce che sono esenti dall’imposta comunale sugli immobili quelli utilizzati ESCLUSIVAMENTE allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché religiose e di culto. 

Innanzitutto la normativa descritta si applica solo per le confessioni religiose riconosciute dallo stato, e quindi all’appello mancano sempre i musulmani, che oggigiorno sono diventati una buona fetta dei credenti italiani (o residenti in Italia) anche grazie alle numerose migrazione avvenute e che continuano ad avvenire nel nostro paese. Ecco, i musulmani, tanto bistrattati, pagano l’ici da sempre e anche per le loro attività religiose, a differenza delle “Assemblee di Dio in Italia” (???), a tutti gli effetti riconosciute e che quindi godono di questa esenzione.

Successivamente il governo Berlusconi ha cercato di cambiare di fatto la normativa introducendo un altro criterio, che è quello di rendere esenti dalle imposte comunali sugli immobili (ICI) “anche gli immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura PUR SVOLTE IN FORMA COMMERCIALE se connesse a finalità di religione o di culto”.
Il decreto in questione non fu mai attuato, ma naturalmente intervenne il governo Prodi, sentenziando che "l'esenzione si intende applicabile alle attività indicate che non abbiano esclusivamente natura commerciale».

Perché avrebbe dovuto  il legislatore del tempo passato (e meno male che è passato) fare questa precisazione? Perché due sentenze della corte di cassazione avevano in precedenza specificato che non  cambia la natura dell’attività svolta, e in questo caso quella commerciale, solo perché è un ente ecclesiastico a svolgerla. E quindi il cerchio degli immobili su cui pagare l’ici si allargava decisamente. Per lo stesso motivo in questi ultimi giorni il cardinal Bagnasco si è dichiarato “pronto a discutere su eventuali punti non chiari della normativa” e quindi scatenando una incredibile sommossa. Che motivo aveva il cardinal Bagnasco di pronunciare queste parole se pensava di applicare la normativa come generalmente riconosciuta? Evidentemente c’è qualche problema, e in effetti alla luce dell’escamotage promosso dal governo Berlusconi e approvato dal governo Prodi basta introdurre all’interno di un hotel una cappella per poter dichiarare che quell’edificio è utile a svolgere una attività religiosa e di culto “anche se in forma commerciale” e dunque essere favoriti dall’esenzione fiscale.

Ho fatto una piccola introduzione tanto per mettere le cose in chiaro a livello giuridico, vorrei evitare che si parlasse di aria fritta. Dal mio punto di vista, ora, bisogna interrogarsi sui motivi che hanno portato lo Stato italiano a decidere per un’esenzione fiscale per determinate attività e sul pasticcio che ha combinato la precisazione del passato governo su questo fronte. 

Con la normativa del 92 ad opera di Amato erano esenti dall’ici tutti gli immobili che “esclusivamente” svolgevano attività prima elencate. E quindi, nel dubbio, attraverso un controllo semplicissimo, se in un immobile veniva svolta parzialmente attività commerciale questo non bastava a renderlo esente dall’ICI e l’ente che svolgeva quella attività poteva essere costretto a pagare il dovuto. Oggi non è così, e questo non è giusto, ma non solo per quanto riguarda la Chiesa cattolica, che ha un rapporto privilegiato con lo stato in base alla stretta connessione tra cattolici e italiani che vige secolarmente nel nostro paese; non è giusto per tutte le confessioni religiose riconosciute; non è giusto che gli immobili dei culti non riconosciuti debbano pagare le imposte per pregare mentre gli immobili dei culti riconosciuti non paghino le imposte per fornire un servizio che rientra palesemente nella categoria di attività commerciale (e forse pregare un po’ nel tempo libero).

Allora: o ci decidiamo a riconoscere tutte le confessioni religiose e a tutte le confessioni religiose dedichiamo le stesse esenzioni, sempre che il bilancio dello stato possa permetterselo, oppure decidiamo di ritornare ad una normativa chiara e aprire un discorso, che sarà anche secolare, ma utile, su come, in virtù di cosa, e quanto non far pagare a chi…

Mi soffermo sulla Chiesa cattolica perché è il culto principale dei cittadini italiani, e perché ve n’è traccia dello stesso nella Costituzione. E’ inutile non ammettere che la Chiesa ha avuto dei privilegi dallo Stato italiano, ed è inutile non ammettere che la Chiesa ora viva al di sopra dei propri bisogni, anche in virtù delle esenzioni che ha avuto. E’ inutile non ammettere lo stretto rapporto tra lo Stato e la chiesa, ed è inutile non ammettere che in situazioni di crisi, forse, si dovrebbe rivedere il concordato che regola i rapporti suddetti.

La grande domanda è: se non ci possiamo permettere di avere delle pensioni decenti, in virtù di un mondo che ci hanno spiegato essere governato dai mercati, possiamo permetterci, nello stesso mondo, dominato dall’economia, di tralasciare proventi fiscali da attività commerciali, seppur in piccola parte, per “purificare le nostre anime”?

Lorenzo Carangelo

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